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Il comune di Quagliuzzo appartiene a: Regione Piemonte - Città metropolitana di Torino

Storia

Alla fine del 1700, con la costruzione della provinciale, l'assetto urbanistico della Villa subì un profondo cambiamento, dovuto più che all'abbatimento di quelle poche case sul cui sito venne ricavata l'attuale piazza, dalla cessazione totale dell'intenso traffico scorrente per l'unica e stretta via che attraversava l'abitato da cima a fondo. Miseramente declassata la vecchia strada a viottolo di campagna, dall'inizion del secolo scorso le nuove costruzioni sorsero tutte ai bordi della Strà Noeva. Verso di essa il baricentro civico cominciò a spostarsi con l'insediamento, attorno alla piazzetta, dei negozi, dell'albergo con rimessaggio, dell'ufficio postale, aperto nel 1827 e soppresso nel 1868 perchè passivo, poi con quello, ad oriente della piazza, della caserma dei Carabinieri, del Municipio e delle scuole; proseguipoi con l'erezione, verso il 1930, del Circolo, sede della Società Agricolo-Operaia, su terreno acquistato dai soci nel 1927, cui segiuva, nel 1937, quello del monumento ai Caduti della Prima Guerra Mondiale, per terminare, nel 1968-70, con la costruzione della nuova chiesa vicino alla casa parrocchiale, già trasferita in Volpesco ufficialmente dal 1775.
Al vecchio borgo conferiscono ancora sapora medioevale l'angustia della carreggiata, le pietre carraie ritte agli spigoli degli anditi, alcune case con la tipica scaletta esterna, un paio di portoni alla vecchia maniera e qualche finestrella strombata che occhieggia al di sopra delle poche superstiti lobie.
A dare il nome al canton Zucca fu la famiglia così chiamata, che vi costruì per prima oppure che vi divenne la più rappresentativa o per numero o per potenza. La parte più antica di esso è pittorescamente distesa da oriente ad occidente su un gradone della fiancata morenica. Ricorda molto da vicino un antico ricetto: un spazio pressochè rettangolare, limitato sui quattro lati da una fila di case in pietra, fittamente addossate l'una all'altra, al piano terreno le stalle, al primo piano le stanze. Lìentrata nello spazio centrale, tramezzato da un'altra fila di case disposte secondo l'asse maggiore del rettangolo, è una sola. L'attuale portale di ingresso, in cotto e voltato, basso, tozzo e massiccio, è chiaramente opera recente, come recente è l'altorilievo in gesso ad esso sovrastante e rappresentante una Madonna con Bambino; alla sua base però permangono dei grossi blocchi in granito, sui quali forse giravano i cardini della porta. All'angolo nord-est del rettangolo si eleva una vecchia costruzione, le cui caratteristiche la fanno distinguere da tutte le altre del cantone.
E' costruita su tre piani, che le fanno raggiungere l'altezza inconsueta di circa 10 metri; il muro esterno, in sassi, cadente a picco sulla sottostante Luvèra è costruito con una rara maestria, limita due vani raggiungibili attraverso un vestibolo pavimentato con ciottoli tondi (sternìa) ed una scala interna (i vani a ponente sono chiaramente un'aggiunta di epoca posteriore); dal vestibolo, una seconda ripida rampa di scale conduce ad un vasto locale sotterraneo perfettamente aerato, le cui vaste dimensioni rendono poco probabile la supposizione che si trttasse di una normale cantina o di una prigione, come vuole la voce popolare. La possibilità che sia stato creato come deposito di viveri di riserva per uomini ed animali, avvalora l'ipotesi che, almeno inizialmente, il cantone sia nato come un ricetto per i quagliuzzesi. Un'altra versione viena ancora data dalla voce popolare che racconta di certi bravi che, in tempi lontani, per la Luvèra perpetravano ogni sorta di misfatti, derubando senza pietà i passanti, che venivano diligentemente "fognà", perquisiti senza riguardo per il gentil sesso. In questo caso, non è difficile vedere la realtà tra le deformazioni della leggenda.
Dalla Strà Granda proveniente da Parella, press'a poco nel punto in cui è la casa fino a pochi anni fa adibita a caserma dei Carabinieri, ed in cui era la cappella di San Rocco, si diramava verso nord la Luvèra. E' quasi certo che su questa strada i feudatari locali avevano istituito un posto di blocco dove si doveva pagare un pedaggio e che questo posto era nel canton Zucca. Ora, essendo la somma da pagare proporzionale alla quantità del trasportato, si può immaginare che qualcuno cercasse di occultare la maggior quantità possibile di merce e che, a tale scopo, si servisse anche di donne, puntando sulla loro naturale sagacia e sulle possibilità loro offerte, e da madre natura e dalla foggia dei vestiti, di mimetizzare efficacemente qualche involto; ma si può parimenti immaginare che, subodorato l'inganno, i gabellieri non esitassero ad accantonare ogni forma di rispettosa galanteria e ad accertarsi "suapte manu" che non esistessero cariche contrabbandati. Anche nel caso, piuttosto improbabile, che tutti i gabellieri si fossero sempre comportati senza arbitrale illiceità, quale miglior tela si poteva offrire alla fantasia popolare perchè, complici le lunghe sere invernali nelle stalle della Pedanea e della val di Chy, vi ricamasse esilaranti trame boccaccesche?
Ma chi transitava per la Luvèra, doveva tener conto anche di un altro pericolo, contro il quale nulla valevano i sotterfugi; la zona, come dice il nome stesso, era infestata dai lupi. Si sa che essi attentavano alla vita di uomini ed animali ancora poco più di cento anni fa; è del 27 Dicembre 1808 la circolare inviata al sindaco, nella quale il barone Augusto Jubé, prefetto del dipartimento della Dora, confermando di essere disposto a pagare ancora, come nel passato, dei premi per l'uccisione dei lupi, prometteva l'aiuto dei suoi gendarmi a quanti avessero voluto tendere tagliole e trappole approfittando della neve che permetteva di seguire con facilità le loro tracce.
Sempre allo stesso scopo, il governo, dietro modico compenso, forniva il veleno sufficiente per intossicare la carne di una o due vacche preventivamente abbattute dalla comunità ed i cui pezzi venivano sparsi nelle boscaglie infestate dalla belve. L'ultima battuta in grande stile risale al 1835 e fu effettuata nella pianura di San Giorgio; ma piccoli branchi scorrazzavano ancora alla fine del secolo scorso per i boschi di Quagliuzzo, Loranzè, Vistrorio, Issiglio, Strambinello (nel cui territorio, il tratto di strada che dalla chiesa va verso il canton Scala porta anch'esso il nome di Luvèra).
Non è da escludere che la disposizione in quadrato del vecchio canton Zucca sia stata motivata proprio dalla necessità di difesa contro gli animali selvatici, analogamente a quanto avveniva anche in Valle d'Aosta.
Mentre i cantoni Marino, Barda e Scala devono il loro nome alle famiglie che li abitano, pare che il canton Volpesco sia stato così denominato per il grande numero di volpi che, nele passato, si aggiravano in quei paraggi.
Il più lontano dal centro è il canton Piana, posto su un ampio gradino del versante settentrionale della morena che unisce Pramonico a San Martino canavese. Benchè in linea d'aria esso disti dalla Villa poco più di un chilometro, la comunicazione tra i due centri non è agevole. Ambedue infatti sono pressochè allo stesso livello del mare ( 346 m. la Villa, 370 m. le cascine Piana) ma, dal terreno pianeggiante che li univa in epoca geologica remota, il Chiusella ha asportato una fetta profonda circa cento metri (il pilone eretto sul bordo della mulattiera di Camporpiane è a metri 267 sul mare) creando delle sponde molto ripide e per di più, proprio in questo punto, dividendosi in tre bracci dal decorso capriccioso ed instabile. Nei tempi andati, piene permettendo, superato il torrente su ponticelli di fortuna, - pontije o piagne -, una scrciatoia, autentico sentiero da capre, permetteva di superare in breve la precipite fiancata destra; ma già anche allora la strada vera, compiendo un ampio semicerchio a mezzacosta, andava a superare il Chiusella al Ponte dei Preti.

Etimologia

Nei vecchi tempi qui era un cappellano, il quale, essendo ottimo cacciatore, offriva al Vescovo di Ivrea, il B. Veremondo, in ogni suo passaggio per qua, delle eccellenti quaglie cucinate. Un dì il Vescova, ritornando da Valperga, ove erasi recato col re Ardoino, fece fermata dal cappellano, promettendo al re di fargli gustare quaglie saporite. Con tale speranza arrivarono dal cappellano cacciatore, il quale in quel momento era sprovvisto della bramata cacciagione. Egli imbandì loro il pranzo con uccelletti; ed essendo stato interrogato dal re se essi erano quaglie, rispose: Sono quagliuzzi. Ne risero il re ed il Vescovo, ed il primo volle che d'allora in poi il luogo di quel pranzo fosse chiamato Quagliuzzo.
Questa leggenda, che il Bertolotti non esita a definire "ridicola, senza alcun fondamento e improbabilissima", è tuttìora ben viva nella locale tradizione popolare. A riprova, si ricorda l'esistenza del Ponte delle Quaglie che, prima di essere sommerso dalle acque dell'invaso artificiale, valicava il Chiusella all sbocco superiore della Luvèra, unendo direttamente Quagliuzzo con Vidracco.
Quaglie a parte, derivano forse dal qualiate gallico proposto dal Bertolotti i vari Quallutium, Quaglius, Qualis, Qualais di significato ignoto, oppure da un diminutivo di clausus (da cui clausura, clausa, clos o di claustrum, potrebbe essere derivato un clausutium o claustrutium con significato di piccolo baluardo, difesa ostacolo). A tal proposito, è da ricordare l'esistenza della parte antica costituente il nucleo centrale del Canton Zucca, che ha conservato l'aspetto di un luogo recintato e fortificato.
Non si ha memoria di una così spiccata abilità dei quagliuzzesi nella produzione di panieri e cest viminei (qualus) da far meritare al loro paese il nome di luogo delle ceste (qualurius, qualutius), e pare piuttostosofisticato l'etimo proposto da G.C.C. per Caluso, che vedrebbe la sua radice nel greco kalukion, piccolo vaso, con significato translato di luogo chiuso, luogo fortificato.
Nessuna delle soluzioni proposte è sufficientemente convincente: l'etimo di Quagliuzzo rimane avvolto nel mistero.